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Cap. 3: I grandi temi

 

Affermazioni più o meno retoriche considerano oramai la globalizzazione come il dato fondamentale con cui la politica deve fare i conti. Però la globalizzazione è un termine abbastanza complesso, e qualcuno addirittura lo nega. Come intende la destra sociale nell’ambito della sua visione della politica questo fenomeno e i problemi che esso pone?

Ancora una volta, come è successo per tutto il procedere della modernità, dalla Rivoluzione industriale alla Rivoluzione francese agli altri passaggi cruciali dei due secoli e mezzo di storia che contraddistinguono la modernità, i valori della destra si trovano a confrontarsi con una nuova accelerazione rivoluzionaria. Un’accelerazione di carattere tecnologico con un impatto immediato e diretto non solo di ordine politico, sociale, economico, ma anche esistenziale e spirituale.

 

E qual’è la strada scelta da destra per il confronto con questa accelerazione?

Il primo istinto di fronte all’incedere della globalizzazione è stato, come sempre è accaduto, quello di difesa. È un istinto che permane tuttora in vaste aree della destra, non solo quella estrema ma anche quella, in termini più generali, di tipo conservatore. Reagiscono in maniera negativa alla globalizzazione non solo fenomeni alla Haider, di destra radical-xenofoba, o, con difficoltà, movimenti dalla forte natura localistica, come la stessa Lega o altre realtà simili, ma anche il cittadino “conservatore”, che sospetta che la globalizzazione scateni ripercussioni negative sul suo abituale stile di vita. In questo atteggiamento dai toni difensivi e scettici, anche la sinistra entra in cortocircuito. Assistiamo infatti, ancora una volta, come peraltro è già successo nel ’68, ad una sinistra che in un certo senso contesta se stessa. In primo luogo perché, come già qualcuno ha acutamente notato, tanta sinistra contemporanea è un sottoprodotto degli stessi fenomeni che pretende di contestare. Quando osserviamo i movimenti no-global o new-global, che dir si voglia, i grandi raduni di Seattle, Genova, Porto Alegre ecc., vediamo due fenomeni fondamentalmente inconciliabili. Da un lato alcuni spezzoni della sinistra mostrano un atteggiamento di sapore vagamente comunitario, un po’ arcaico. Dall’altro lato si inseguono utopie di “governo della globalizzazione”, nelle forme di un governo mondiale in cui sarebbe garantita una sorta di democrazia equanime a livello planetario. A mio giudizio, oggi la sinistra intuisce i problemi della contemporaneità ma non dà forma politica alla risoluzione di questi problemi, a queste inquietudini.

 

O per lo meno non vi dà una forma politica realmente perseguibile…

Sì. E se la destra democratica tende a rimanere genericamente sulla difensiva, il campo rischia di rimanere aperto, e questa volta sul serio, soltanto a una deriva tecnocratica, alla super-classe descritta da Jacques Attali e denunciata da Christopher Lasch a cui ho già accennato.

Cerchiamo di spiegare quali sono, visti da destra, i problemi generati dalla globalizzazione.

I problemi secondo me sono oggettivi, sotto gli occhi di tutti, e insidiano proprio il concetto di democrazia. È fin troppo evidente a chiunque che la democrazia, per poter essere un sistema di governo reale, ha bisogno di ambiti specifici in cui realizzarsi. Ha bisogno di spazi e confini, ha bisogno di essere ancorata alla sovranità. Nella globalizzazionegli spazi, i luoghi istituzionali identitari entro cui si esercita la democrazia - classico quello dello Stato-nazione - sfumano in un contorno indefinito. Sfugge all’osservatore, ed anche all’osservatore politico, chi realmente detenga il potere o, meglio, la sovranità. A riprova di queste tesi è sufficiente osservare quello che sta succedendo in Europa nel processo di integrazione continentale. Già solo la possibilità di mettere insieme quindici o venti o venticinque Stati, cercare di coordinarne i singoli sistemi politici, creare per tutti un metodo nelle decisioni, sta ingenerando problemi, derive tecnocratiche, difficoltà d’integrazione enormi. Immaginiamo questo processo trasposto su scala planetaria. L’evidente, chiara immagine è quella dell’estrema debolezza dell’Onu, in cui il ruolo di leadership oggettiva degli Stati Uniti si manifesta o si occulta a seconda delle circostanze.

 

Come si traduce la supremazia americana nel tempo della globalizzazione?

La globalizzazione è un processo fortemente “americanomorfo”, prodotto dall’egemonia di un’unica superpotenza. E, pur senza voler dare alcun giudizio negativo degli Stati Uniti, il fatto che ci sia una sola, unica, superpotenza, nettamente più forte di tutte le altre realtà politiche esistenti nel pianeta, genera una deriva e uno squilibrio. Una deriva perché non è accettabile, ad esempio per l’Europa, rassegnarsi ad un ruolo di subalternità politica, commerciale o culturale rispetto ad altre potenze. Uno squilibrio perché non è nemmeno ipotizzabile la delega dei compiti di “controllo” degli equilibri planetari ad una sola superpotenza. A questo proposito, i nuovi scenari della globalizzazione, apertisi negli ultimi anni, fanno vedere chiaramente la necessità di un superamento del ruolo odierno degli Stati Uniti.

 

[…]

 

Lei accennava ad un terzo aspetto di incidenza della globalizzazione, che è quello che ha definito di ordine esistenziale e spirituale. In che cosa si manifesta la globalizzazione quando poi scendiamo sul dato personale-individuale o comunitario?

La comunicazione crea un effetto di simultaneità spaziale e temporale tra i diverse angoli della terra e un meccanismo di “società apertissima”, priva di centro, che non può non avere un effetto di ulteriore spaesamento e sradicamento nei confronti delle personalità individuali e delle realtà comunitarie. L’uomo, bombardato da un surplus d’informazioni in continua crescita, rimane costantemente schiacciato sotto la pressione simultanea di immagini e sensazioni che arrivano da tutte le parti del mondo, e resta stordito dalla velocità dei trasferimenti di queste immagini e questi simboli. Il rischio di questo bombardamento è quello di far nascere quel nuovo tipo di alienazione, la “virtualizzazione” dell’esistenza, che provoca la perdita dei rapporti interpersonali e dei legami - non a caso, il rischio paventato sia dagli scienziati sociali che da tutti gli scrittori contemporanei di fantascienza. Le alienazioni dovute a Internet, che stanno già configurando una nuova patologia, aumentano perché crescono le esigenze di entrare in questa dimensione informativa planetaria immediata.

 

[…]

 

Cosa si può dire allora da destra rispetto a questi fenomeni, in parte contraddittori, che la globalizzazione porta con sé?

Quello che serve è un totale cambio di rotta. C’è la necessità, il più rapidamente possibile, che i valori della destra riescano a produrre risposte alla globalizzazione che siano attive, non difensive, propositive. E, considerando la vertiginosa velocità imposta dalla globalizzazione, i tempi diventano sempre più ristretti. Se la destra tra Settecento e Ottocento impiega una sessantina d’anni a reagire al trauma della Rivoluzione francese, oggi questo tipo di risposta deve essere data nell’arco di pochi anni. Si impone quindi la necessità di individuare un progetto rivoluzionario-conservatore, che riprenda categorie già elaborate nel secolo scorso dal punto di vista culturale ma che, schiacciate dall’avanzata dei totalitarismi, non hanno mai trovato un ambiente in cui poter attecchire. Si ripropone la questione di conservare i valori, i riferimenti identitari, le dimensioni comunitarie, e di calare tutto questo nell’ambito di un processo rivoluzionario in grado di rispondere alle nuove sfide dello sviluppo e del mutamento tecnologico e sociale.

 

Cosa differenzia, allora, la risposta alla globalizzazione che Lei immagina?

A differenza del velleitarismo della sinistra e delle chiusure del localismo, la destra, che ha nel proprio bagaglio culturale il principio della sovranità e le schmittiane “categorie del politico”, può individuare forme politiche per il governo della globalizzazione.

 

Quale?

La destra nel nostro Continente deve “impossessarsi” del progetto di integrazione europea come strumento politico di risposta allo spirito della globalizzazione. Lo dico chiaramente: il processo di integrazione europea è la forma politica che serve al localismo, e anche alle identità nazionali, per non degenerare ed essere sconfitti nelle spinte e controspinte della globalizzazione. Ed è esattamente questo concetto che sfugge totalmente alla sinistra di oggi, utopica o arcaica. L’unica possibilità vera, l’unico progetto storico rivoluzionario-conservatore che noi oggi abbiamo a disposizione per non perderci nei flussi del globalismo è la realizzazione di un’integrazione europea che non sia una tappa intermedia del processo di unificazione verso uno Stato mondiale - come pensa la sinistra - ma sia un sistema politico che funzioni, al proprio interno, per tutelare e valorizzare le identità locali e nazionali, e, al proprio esterno, per creare un “polo di forza” in grado di rigenerare una dialettica tra potenze nella realtà planetaria. Non contro gli Stati Uniti, con cui non possiamo non mantenere l’alleanza occidentale, ma come potere politico ed economico di bilanciamento rispetto all’egemonia statunitense.

 

In tutto questo processo, al di là della retorica che spesso si fa sull’argomento, che fine fa lo Stato nazionale?

Lo Stato nazionale, come diceva una bella frase del decalogo del partito gollista di Philippe Séguin, è il punto di equilibrio più naturale in cui si può realizzare una sovranità democratica. Per cui, se da un punto di vista statuale ci sono funzioni che passano a livello sovranazionale e funzioni che vengono delegate a livello subnazionale, rimane in ogni caso il problema centrale della sovranità. Lo Stato nazione deve mantenere la sovranità politica, e conservare sempre la “clausola di salvaguardia” rispetto al processo di integrazione europea. E deve essere lo Stato nazionale a gestire il processo di sussidiarietà nei confronti delle Regioni e degli Enti locali. Perché il cittadino deve sapere qual’è il suo punto di riferimento ultimo, chi è il suo garante, chi è il responsabile della sua sicurezza e della tutela dei suoi diritti.

 

[…] la supremazia della realtà nazionale su altri ambiti – locale, regionale o europeo – viene spesso oscurata o non percepita nitidamente, ma è un dato reale. Nel nostro Paese non c’è mai stato alcun Presidente di regione veramente eletto per se stesso, se non come espressione di partiti che avevano il loro leader a Roma. E, per salire di gradino, non c’è alcuna tappa della costruzione europea che trovi un proprio riconoscimento se non attraverso la politica nazionale. A meno che, in futuro, la nuova dimensione europea non riesca a concentrare effettivamente su di sé la legittimazione democratica, la sovranità e la responsabilità politica che ne deriva. Ma la ritengo una possibilità, ancorché realizzabile, remota nel tempo.

 

Cosa Le fa ritenere che la nazione sia un valore irrinunciabile?

Il dato irrazionale, profondo e viscerale, che porta all’identificazione del cittadino con la propria nazione non permette di descriverlo con delle formule scientifiche precise. Non a caso, Ernst Renan – che pure appartiene ad una tradizione culturale diversa dalla mia – parlava della nazione come “plebiscito quotidiano”. Ci sono però, come dicevo, dei dati incontrovertibili sulla nostra identità nazionale: l’unità di lingua ad esempio, che non nasce con la breccia di Porta Pia ma con Dante, e forse prima di lui. E poi, senza voler scadere nella retorica, il fatto che comunque i nostri padri e i nostri progenitori abbiano versato il sangue per il nostro Tricolore, per la nostra comunità nazionale. Per non parlare dell’unità geografica, storica e culturale. Tutto questo fa sì che l’identità nazionale sia la base necessaria per avere un riferimento collettivo simbolicamente forte attorno cui potersi ritrovare. D’altra parte, l’identità nazionale non è mai solo memoria del passato o dato precostituito: un’identità nazionale si ricrea e si rigenera attorno a un processo o a un progetto, diciamo così, a sfide successive.

 

E quali sono oggi le coordinate del “progetto” nazionale?

Se noi riflettiamo sul progetto-Italia, non possiamo non trovare l’identità italiana come un progetto affascinante, e promettente, perché l’Italia e l’italianità, il nostro essere un popolo latino, ci pongono oggi come cerniera tra il Nord e il Sud del mondo. Ci portano ad essere quelli che dal punto di vista identitario e culturale possono produrre dei punti di equilibrio, delle sintesi nuove, dei dati creativi tali da comprendere le ragioni del Sud e le ragioni del Nord del pianeta. Questo, a mio giudizio, è un progetto altamente affascinante attorno cui aggregare energie, entusiasmi, e anche dare prospettive ai giovani. Il nostro essere centrali nel Mediterraneo ci fa ancora sentire di essere all’interno di una zona nevralgica, di uno dei “punti sensibili” della realtà geopolitica planetaria. Il nostro essere cattolici, dato costitutivo dell’identità nazionale, è un altro elemento che ci permette di arricchire il nostro approccio, tra l’identitario e il sociale, con le altre culture e gli altri popoli. Non dimentichiamo che siamo sede dello Stato vaticano, elemento che può aver rappresentato un fattore iniziale di debolezza nella storia dello Stato nazionale, ma può anche essere - se viene colto nella sua dimensione esatta - garanzia di un’ulteriore apertura universalista del nostro Paese. Se l’Italia riuscirà a darsi delle forme politiche adeguate alla valorizzazione della nostra identità nazionale, ci accorgeremo che, inoltre, ha una sua specificità strategica anche all’interno del contesto europeo.

 

Come contraltare al famigerato asse franco-tedesco?

Il discorso è politicamente e culturalmente più complesso. Perché è evidente che, in un’Europa che guarda all’Atlantico per un versante, che guarda all’Eurasia per un altro, o guarda al Nord, indubbiamente noi rappresentiamo un’Europa che non solo “guarda” al Mediterraneo, ma è direttamente proiettata in questa realtà geopolitica. Con questo perciò sostengo che non soltanto concepiamo l’identità nazionale nel presente come un grande progetto di valenza planetaria, universale - come diceva Berto Ricci - ma anche come tassello di valenza fondamentale nella costruzione dell’identità europea. Certo, siamo abituati a non amarci come italiani perché scontiamo ancora le tare di un provincialismo culturale che ci fa mettere in condizione di inferiorità rispetto ad altri popoli più “autorevoli”, e il peso di uno statalismo che poco ha a che fare con la realtà della nostra identità nazionale.

 

[…]

 

Nel documento della Conferenza programmatica di Alleanza nazionale del 2001, a Napoli, c’era scritto che l’identità nazionale può e deve essere un fattore competitivo da giocare nella globalizzazione.

Torniamo al problema del governo della globalizzazione. Se questa indebolisce il potere di controllo burocratico degli Stati, aumenta la necessità di ritrovare una dimensione comunitaria al loro interno. È vero che la globalizzazione porta un attacco allo Stato-nazione in quanto entità politica, ma a questo attacco si può rispondere o negando l’appartenenza, e dichiarandosi cittadini del mondo, o riscoprendo e dando vigenza alla comunità nazionale nel senso di comune cultura, di comune appartenenza, e soprattutto nel senso di capacità di esprimere politica al di là della forma burocratica dello Stato. Il punto centrale, la grande sfida da questo punto di vista è quella di stimolare tutti i fattori – sociali, esistenziali, culturali, produttivi, creativi - che possono rafforzare questo sentirsi sistema-Paese nella dimensione della globalizzazione. Così si spiega anche meglio quello che dicevo prima sulla dimensione “universale” dell’Italia: universale perché capace di esprimere un modello che abbia una valenza non soltanto geografica ma soprattutto simbolica, culturale e progettuale nel mondo, come cerniera tra Nord e Sud del pianeta. Oggi, ad esempio, vediamo che la realtà ispanica offre al mondo suggestioni che, per certi versi, cominciano ad essere più forti di quelle della cultura anglosassone. Lo spagnolo è la prima lingua parlata al mondo, ma accanto ad esso ci sono la musica, la letteratura, il cibo. Tutto questo insieme di stimoli sta diventando un fenomeno di riferimento culturale a livello mondiale, perché il mondo ispanico sprigiona una capacità di forza, di rapporto, di radicamento, di potenza spirituale superiore alla parziale aridità dell’atteggiamento anglosassone. Ecco, l’italianità può inserirsi a pieno titolo in questa dimensione, dentro questo processo globale di valorizzazione dell’identità latina. E lo può fare in forma più raffinata, rivendicando per evidenti ragioni storiche e culturali una sorta di “primato di civiltà”: il ruolo di punta avanzata dell’identità latina.

 

Sicuramente gran parte della valorizzazione dello “spirito latino” è dovuta alla capacità di strutture che sono in grado di promuovere questo tipo di civiltà. Lei è responsabile di un Ministero le cui attività spingono fuori dei confini nazionali.

Non è un caso che l’agroalimentare - che ha radici proprio nel rapporto diretto tra uomo, territorio e cultura - sia uno degli elementi più direttamente percettibili dello stile italiano nel mondo, del made in Italy: l’alimentazione, la cucina italiana, la cultura eno-gastronomica, la dieta mediterranea. Non dimentichiamo che proprio un uomo di destra come Prezzolini, nel libro sull'eredità italiana, dopo i capitoli dedicati a S. Francesco, Dante, Machiavelli, Colombo, Vico, al Risorgimento, al Futurismo e al Fascismo, il penultimo capitolo lo costruì sull’Artusi per affermare che «la cucina italiana è una filosofia della vita».Quello che l’Italia sa offrire nella sua produzione è il sapore della propria terra, ed è questo che sta alla base della leadership mondiale di ciò che è italiano: i milioni di ristoranti nel mondo, il tricolore utilizzato come simbolo di qualità, lo stretto legame dell’agroalimentare con altri fattori culturali del made in Italy, di cui uno dei principali è la moda. Abbiamo la fortuna di vivere dentro centri storici e città bellissimi, e quindi non possiamo non assorbire, non vivere, non avere nel nostro Dna questa tendenza artistica. […] L’identità nazionale non più come fattore difensivo o chiusura autarchica dentro la propria terra, ma come “modo di essere” che si proietta dialetticamente nel mondo, evitando che la globalizzazione divenga omologazione sui modelli anglosassoni. Il mondo globale potrebbe essere anche una cosa interessante se al suo interno circolassero tante identità collettive autentiche, originali, che si confrontano, si sfidano, che riescono in qualche modo a competere senza per questo annullarsi e cancellarsi vicendevolmente.

 

A questo proposito c’è chi, dopo i fatti dell’11 settembre, ha invocato la teoria huntingtoniana dello “scontro delle civiltà”. E certamente noi siamo i primi nel Mediterraneo ad essere chiamati in causa riguardo a questo tipo di rischio. Ma in questo spazio geopolitico il rapporto con il mondo islamico è un rischio o è la sua costruzione immaginaria?

Il mondo islamico è un rischio, perché fondamentalmente ci troviamo davanti a una delle grandi religioni monoteiste, che è il grande fattore di identificazione culturale dei popoli più definiti politicamente tra quelli del Terzo mondo. Allora, è evidente che la follia dell’integralismo islamico - spesso prodotto come reazione alla prepotenza occidentale - può essere la forma reattiva allo squilibrio che c’è tra il Nord e il Sud del mondo. È evidente che l’integralismo diventa il collante, la materializzazione di una reazione ideologica, di una profonda ira contro chi viene avvertito come il ricco e opulento padrone del pianeta, insensibile nei confronti dei bisogni del Terzo e Quarto mondo. E implicitamente sfruttatore. Quindi, il rischio sul versante dell’integralismo c’è, ma c’è anche la possibilità di un dialogo, purché quel dialogo venga portato avanti secondo categorie identitarie profonde, spirituali, e non secondo categorie dialettico-razionali, quali sono in genere quelle che produce il pensiero occidentale. Quello che bisogna comprendere, ma che sfugge, è che il mondo islamico ragiona per simboli, per miti, per forme spirituali e non per forme di mediazione razionale. Ecco perché la risoluzione del problema palestinese prescinde dalla ristretta fetta di territorio su cui incidono lo Stato d’Israele e i palestinesi, ecco perché il primo grosso fenomeno di integralismo islamico scoppia in Iran, dove si rovescia una monarchia troppo filoccidentale e distante negli usi e costumi – al di là della ridicola retorica persiana - per poter essere assimilata da un popolo come quello iraniano. Ecco perché le forme ideologiche occidentali, il socialismo arabo, il nasserismo, i partiti iracheni, per non parlare di altre forme occidentalistiche, si rivelano deboli, a meno che non abbiano riferimenti simbolici molto forti. Il Marocco, per esempio, funziona perché è una monarchia, così come il Regno di Giordania. Questi meccanismi simbolici devono essere colti. In questo l’Italia, che possiede un’impostazione identitaria naturalmente predisposta alla convivenza delle differenze, potrebbe avere un ruolo importante. Non è velleitario affermare che l’Italia e l’Europa potrebbero riuscire laddove gli Stati Uniti hanno fallito.

 

Torniamo a parlare d’Europa. Se l’Europa verrà finalmente realizzata in termini non solo economici ma soprattutto politici può diventare un altro soggetto di potenza nello scenario politico mondiale. Ma è un processo ancora tutto da farsi, a partire dal problema dell’allargamento e della definizione dei reali poteri che verranno dati all’Europa nei prossimi anni.

È evidente che qui non si deve saltare semplicemente dal problema dell’unità monetaria al problema della riforma istituzionale europea tralasciando i livelli intermedi della costruzione della “casa comune” continentale. Bisogna innanzitutto riconsiderare il processo di sviluppo europeo. Il discorso fatto dal “libro bianco” di Jacques Delors rimane ancora lettera morta. Ma le grandi reti di comunicazione, i grandi progetti di espansione, di sviluppo economico e tecnologico, la grande collaborazione alla ricerca scientifica, la possibilità da parte dell’Europa di avere progetti spaziali credibili, di avere alta tecnologia, governare le bio-tecnologie, ecc.. sono progetti che fanno massa critica e che permettono non soltanto di avere un’unità monetaria ma di avere anche uno sviluppo economico. Alla stessa maniera stabilire standard di diritti civili e sociali non derogabili nella teoria sociale europea è fondamentale. Questo sul grande versante dell’economia, del dato economico-identitario, del dato sociale. Poi c’è il versante della sicurezza e della difesa. Sicuramente più gli eserciti europei si integreranno come componenti di un esercito europeo tale da muoversi come pilastro autonomo della Nato e non come elementi indistinti della realtà occidentale, più noi avremo credibilità nel livello d’intervento dell’Europa, anche grazie alla capacità di specializzazione dei singoli eserciti europei.

 

E il dato politico?

Il dato politico è il governo della globalizzazione. Esistono dei nodi cruciali in cui si vedrà se c’è l’Europa. L’Europa nasce e ha senso se riesce a governare la globalizzazione insieme agli Stati Uniti. Questo vuol dire che l’Europa deve cominciare ad aumentare il proprio potere in seno agli organismi internazionali, a cominciare dal Wto, fondamentali per sviluppo economico planetario. Oggi, non nascondiamocelo, il Wto è fondamentalmente controllato dalle mutlinazionali, come è impressionante la diversità di impostazione sui temi del commercio internazionale tra Stati Uniti ed Europa. C’è, poi, il problema dell’allargamento ad Est dell’Unione. L’allargamento può diventare una sciagura perché, dilatando il circolo europeo, si rischia di diluire i vantaggi economici dell’appartenenza europea, oppure può diventare un elemento di rafforzamento perché crea un ponte tra l’Europa e il mondo orientale. Entrambe le possibilità, al momento, sono aperte.

 

Abbiamo toccato spesso il tema della difesa e della valorizzazione dell’identità nazionale. Come mettere in tensione questo concetto con l’idea di Europa?

Un fatto va ben compreso: l’Italia, e soprattutto il governo di centrodestra, non possono avere come unico obiettivo soltanto la difesa dell’interesse nazionale nel contesto europeo. La situazione odierna chiede al nostro Paese e alla sua classe dirigente un salto di livello: dobbiamo poter sviluppare un’idea di Europa compatibile con il nostro interesse nazionale. Non dimentichiamoci che Francia, Germania e Inghilterra difendono il proprio interesse nazionale governando la politica continentale, avendo prodotto una propria idea di Europa che hanno imposto agli altri partner come punto di riferimento. Quindi, paradossalmente ma non troppo, per difendere gli interessi nazionali in Europa bisogna andare oltre l’interesse nazionale concepito in termini puramente difensivi. Per l’Italia si tratta di produrre un’idea di Europa più proiettata nella realtà mediterranea. Questa operazione, per esempio, nella Politica agricola comune è teoricamente molto semplice, perché è chiaro il modo in cui bisogna riformare la Pac, per renderla meno funzionale agli interessi delle grandi agricolture continentali franco-tedesche e più equilibrata nei confronti delle agricolture mediterranee. Si tratta di una operazione alla nostra portata, a patto di muoversi con una grande determinazione politica e un’adeguata capacità di analisi economica.

 

[…]

 

Vogliamo provare a riassumere la sua posizione riguardo all’asse verticale locale-nazionale-europeo?

Dobbiamo riuscire a costruire una strategia di azione politica dell’Italia che sia in grado di fare quattro cose: primo, governare secondo un vero principio di sussidiarietà la riforma regionalista e le tante differenze locali che esistono all’interno del nostro territorio; secondo, rivendicare un riconoscimento dell’interesse nazionale in Europa; terzo – e aggiungo soprattutto - produrre una idea italiana e mediterranea dell’Europa. Quarto e ultimo punto, riuscire a realizzare il progetto di “Italia globale” che, partendo dai punti di forza delle comunità italiane nel mondo e della leadership culturale dello “stile italiano”, riesca a rappresentare l’immagine di un ponte “latino” tra Nord e Sud del pianeta.

 

[…] ha accennato alle differenze tra la sua impostazione, quella liberista e quella dirigista: quali sono le conseguenze, allora, in termini di visione politica del welfare?

Ovviamente, a queste diverse concezioni della sussidiarietà corrispondono modelli alternativi di welfare. C’è il modello liberista, che tende a privatizzare (anche affidandoli al “privato sociale”) i servizi sociali e a garantire il funzionamento di un welfare market, ovvero di un mercato gestito su criteri di tutela sociale, con detrazioni fiscali e l’assegnazione sistematica di “buoni” (il buono-scuola, il buono-sanità, il buono-formazione, ecc.) ai soggetti socialmente ed economicamente deboli. A sinistra si propugna invece il welfare mix, evoluzione del welfare state socialdemocratico, che opera secondo un principio di sussidiarietà dirigista, perché punta ad un “mix” tra servizio pubblico e settore non profit in cui la Pubblica amministrazione tende inevitabilmente ad assorbire e a dirigere il privato sociale. Infine la Dottrina sociale della Chiesa ci insegna il modello del welfare community (o welfare society), che affida alla società civile, concepita come “società di comunità” e non solo come “società di individui”, il protagonismo nei servizi sociali e nelle opere di solidarietà, secondo i principi di comunità, sussidiarietà e partecipazione prima descritti. Questo ultimo modello è quello preferito dalla destra sociale, ma va notato che ci sono molti punti di contatto con il welfare market liberista. Infatti in entrambi questi modelli è fondamentale l’utilizzo dei “buoni” come garanzia della possibilità di scelta dell’utente tra diverse offerte di servizio (pubbliche, private o del privato sociale) e quindi potremmo dire che la welfare community comprende in sé il welfare market, ma lo inserisce in un sistema di gestione affidato alla partecipazione del Terzo Settore e in un sistema di controllo affidato all’intervento sussidiario dello Stato e degli Enti Locali. Insomma il modello della destra sociale è più complesso ed articolato di quello liberista, mentre è contrapposto a quello dirigista delle sinistre: ulteriore dimostrazione che le nostre politiche sociali non sono un corpo estraneo nell’ambito del polo liberal-democratico.

 

[…] Il mondo del lavoro che collocazione trova nei progetti di riforma che voi auspicate?

Sono assolutamente convinto di una cosa, che non si possa scindere il tema della riforma del welfare dal tema del lavoro, e del ripensamento di questo valore. Perché dobbiamo evitare una tentazione pericolosa, quella di scindere il sistema del lavoro, delle imprese e della produzione dal sistema della socialità, come se fossero due mondi indipendenti uno dall’altro. Invece è fondamentale che nel nuovo modello di “economia sociale di mercato” lavoro e socialità continuino ad essere profondamente legati; così come è stato nel vecchio modello dello Stato sociale. Dico questo per due ragioni: primo, perché il lavoro è la massima forma di integrazione della persona umana, dare lavoro è il compimento fondamentale di qualsiasi opera di inserimento sociale; secondo, perché la dimensione del “sociale” per operare nel cuore pulsante della società, per incidere negli interessi concreti deve rimanere legata alla dimensione economica produttiva.

 

[…] come si pone la destra sociale nei confronti alle profonde trasformazioni che stanno investendo il mondo del lavoro, soprattutto in termini di modelli di organizzazione del lavoro? Il superamento del postfordismo, spesso proclamato ma poche volte spiegato, sembra essere diventato ben più di uno slogan.

L’economia della globalizzazione impone ai modelli di organizzazione del lavoro – così come al welfare - un salto del paradigma. Stiamo passando, in tutte le società avanzate, da un modello postfordista, legato alla grande fabbrica, al classismo, all’organizzazione rigida del lavoro e della produzione ecc., a un nuovo modello dove la produzione, la dimensione aziendale, l’organizzazione del lavoro si fanno sempre più duttili e flessibili. Nella dimensione dell’economia globale, la difesa dei diritti dei lavoratori, secondo lo schema classico di un “diritto al lavoro” concepito in termini rigidi e conflittuali, è destinata ad essere perdente. Parlare oggi di “lavoro” esprimendosi in termini di fissità - di impiego, di mansioni, di salario, di tutele - è un atteggiamento destinato ad essere sicuramente perdente.

 

[…]

 

Abbiamo parlato a più riprese di “cultura comunitaria”: come la si declina nel mondo del lavoro?

Bisogna partire, come ho già accennato nel capitolo precedente, dal concetto di impresa. L’impresa non deve essere più concepita come un’arena di conflitti meccanici e di interessi “metafisicamente” e irrimediabilmente contrapposti, ma come luogo in cui i diversi interessi, quelli imprenditoriali e quelli del lavoro, si incontrano e si intrecciano, generando una “comunità di destino” e di intrapresa: l’impresa come avventura creativa. Il punto di partenza e il punto di approdo di questo modello sono la sostanziale coincidenza dell’interesse dell’impresa e dell’interesse del lavoro. Su questa base, su questa visione comunitaria dell’impresa, si può costruire una strada vincente per superare il postfordismo, e per difendere i diritti dei lavoratori senza abbracciare un modello puramente rivendicazionista. Chiariamolo bene: la possibilità di far coincidere gli interessi del lavoratore e dell’imprenditore non significa eliminare il conflitto interno, magari pensando, da parte dell’imprenditore, di sostituire la conflittualità di classe con una tutela paternalistica di quello che lui ritiene essere l’interesse dei lavoratori. L’atteggiamento partenalistico è il presupposto che ha dato origine in Giappone al cosiddetto “toyotismo”, in cui l’impresa viene trasformata in una sorta di clan feudale a cui il lavoratore deve rispondere in termini puramente fideistici. Se il “toyotismo” può essere considerato figlio della cultura giapponese – e anche in quel contesto ha dimostrato tutti i suoi limiti - certamente non può appartenere alla cultura occidentale.

 

[…]

 

Come agire, allora?

Aderendo alla proposta, avanzata da più parti, di trasformare lo Statuto dei lavoratori in “Statuto dei lavori”, con l’obiettivo di dare dignità e tutela a tutte le forme lavorative, tenendo conto dei processi di individualizzazione che oggi esistono all’interno del mercato del lavoro. Il compito principale del nuovo “Statuto dei lavori” dovrebbe essere quello di espandere tutele e protezioni anche alle fasce di precariato, in maniera tale che ci siano standard di tutela meno rigidi ma validi per un insieme più vasto di soggetti. In prospettiva questo potrebbe far sì, con gli opportuni incentivi, che il precariato riesca a trovare forme di stabilizzazione. Ad esempio, i contratti a tempo determinato sono in continua crescita, e si fa molta retorica sul lavoratore soddisfatto di cambiare continuamente occupazione. Invece il contratto a tempo indeterminato deve restare la forma principale di contratto di lavoro, perché spinge l’impresa ad investire per formare e motivare i propri dipendenti. Il contratto a tempo indeterminato è la base del rapporto partecipativo tra lavoratore e impresa. Insomma, il nuovo “Statuto dei lavori” che immaginiamo crea due scivoli: un primo scivolo, che porta dalla forma di lavoro precario a forme stabili di lavoro, e un secondo scivolo che porta dalle forme rigide verso forme partecipate di organizzazione dell’impresa.

 

[…]

 

Tocchiamo un altro tasto sensibile: nella sua prospettiva come si inserisce la sfida posta dall’immigrazione nel nostro Paese?

Partiamo da un’osservazione oggettiva: la stragrande maggioranza dei lavoratori immigrati arriva nei Paesi industrializzati per ricoprire fasce di lavoro che non sono ritenute né appetibili, né remunerative dai cittadini. Dobbiamo però evitare che si creino due diversi mercati del lavoro, uno più o meno clandestino per i lavori più umili, destinato solo ai lavoratori immigrati, l’altro riservato ai lavoratori nazionali. Il meccanismo che deve regolare il lavoro “importato” deve essere sempre un meccanismo potenzialmente formativo: il lavoratore immigrato deve venire a lavorare in Italia solo per un certo arco di tempo, nel quale deve acquisire formazione e professionalizzazione, nella prospettiva di un rientro, per portare in patria il proprio bagaglio di professionalità. Si tratta di prevedere diritti per il lavoratore immigrato che seguano una propria logica virtuosa: stroncare definitivamente quell’autentico mercato di schiavi che è l’immigrazione clandestina, selezionare i lavoratori immigrati nei Paesi d’origine e non nei Paesi d’arrivo, fare in modo che il loro periodo di soggiorno sia costruito su una “provvisorietà organizzata” che garantisca soprattutto una formazione adeguata, prevedere meccanismi di rientro in cui il lavoratore possa portare a casa il frutto economico e professionale del proprio lavoro. A questo proposito, ritengo anche che il nuovo “Statuto dei lavori” debba prevedere esplicitamente, tra le varie tipologie, quella del lavoratore immigrato.

 

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La destra sociale ha sostenuto per prima nel centrodestra l’esigenza di una “nuova” economia sociale di mercato. Come può essere guidato e declinato questo processo di trasformazione?

Partiamo dal presupposto che socialità, economia e lavoro non sono compartimenti stagni, ma vanno considerati nel loro complesso di interazioni. Per questa ragione, l’impresa, valorizzata nella sua dimensione comunitaria, può progressivamente acquistare un radicamento sociale e popolare: la microimpresa, l’impresa familiare, la cooperativa, l’impresa sociale - diretta promanazione del mondo del Terzo settore – il sistema di piccole e medie imprese, l’imprenditoria giovanile, sono tutti esempi che il “fare impresa” può essere diffuso a livello popolare. Non secondo aride logiche di profitto ma sfruttando le potenzialità che partono “dal basso”, rappresentando un autentico motore dello sviluppo locale. Da questi dati emerge un nuovo modello di economia: potremmo definirlo “economia per l’impresa”, modello che si pone come obiettivo quello di superare la vecchia contrapposizione tra economia neokeynesiana ed economia monetarista.[…] un’idea che oggi viene propugnata dalla destra sociale ma che, credo, dovrebbe essere fatta propria da tutta la destra. Un’economia, cioè, che si costruisce a partire dalla centralità dell’impresa e dal suo valore competitivo, produttivo e sociale. La competitività e la progettualità imprenditoriale, la creazione delle condizioni più favorevoli per diffondere l’iniziativa imprenditoriale, il marketing territoriale, l’attrazione di investimenti, sono i parametri su cui si realizza l’efficienza di questa economia. Il modello dell’economia per l’impresa, o dell’economia imprenditoriale, è un’opzione che si pone come “terza via” praticabile rispetto sia al neomonetarismo che al neokeynesismo. L’economia per l’impresa e il welfare community sono due dei tre pilastri della nuova economia sociale di mercato.

 

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Oggi in Italia i corpi intermedi hanno già un ruolo molto importante, e il loro coinvolgimento attivo nella gestione dei processi sociali è un dato di fatto. Le Camere di commercio e le università hanno assunto il ruolo di autonomie funzionali, gli ordini professionali e le associazioni di categoria assumono un ruolo di servizio per l’interesse pubblico nei diversi campi di pertinenza, le centrali cooperative sono il luogo deputato alla vigilanza e alla promozione del movimento cooperativo, gli organismi bilaterali dei sindacati e delle imprese assumono concrete funzioni sociali, e le associazioni del Terzo settore gestiscono parti sempre più rilevanti del welfare, l’animazione del territorio è sempre più affidata alle associazioni culturali e di ambiente. Questa realtà del mondo associativo è la formulazione moderna e democratica del principio dei corpi intermedi, ed è lo strumento per realizzare la sussidiarietà e della partecipazione. Ma questo ruolo spesso non viene compreso nella sua centralità e non riceve un adeguato riconoscimento legislativo, perché c’è sempre il pregiudizio culturale di cadere in nuove forme di “corporativismo” e di prevalenza degli interessi particolaristici. La mancanza di una chiara visione della democrazia partecipativa crea un grave problema: l’azione sociale dei corpi intermedi si dispiega nella maniera più caotica, incontrollata, e talvolta “perversa”. I gruppi intermedi, senza una specifica responsabilizzazione ed un adeguato riconoscimento, si trasformano in lobby, gruppi di pressione, poteri occulti. È necessario, invece, avere un quadro chiaro di disposizioni normative che costituiscano un riferimento per il funzionamento di tutti i corpi intermedi, per stabilire e valutare il loro grado di responsabilizzazione nella gestione dei rispettivi spazi di autonomia e, aggiungo, per evitare che assumano posizioni monopolistiche. In ogni contesto sociale ed economico bisogna evitare che un’unica associazione domini sulle altre facendo monopolio, spesso frenando o escludendo le dinamiche della realtà sociale. Allora, riprendendo il sociologo Pierpaolo Donati, c’è bisogno di definire uno Statuto dei corpi intermedi, delle autonomie funzionali, in cui si garantiscano meccanismi di partecipazione e la competizione tra associazioni diverse, evitando – questa volta davvero - qualsiasi pericolo corporativo. Non dimentichiamo che nella visione della destra comunitaria, la dimensione orizzontale, solidarista, è sempre accompagnata da una dimensione verticale, cioè una spinta verso la crescita umana e l’elevazione spirituale.

 

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Prima Lei ha definito il welfare community e l’economia dell’impresa due dei tre pilastri della nuova economia sociale di mercato. E il terzo?

È il pilastro della mediazione nazionale al capitalismo. Nell’economia globale, l’interesse nazionale, non potendo più essere tutelato mediante logiche di chiusura protezionistica, si difende con un chiara progettualità politica ed economica, con la competitività del sistema-Paese, e con la sua proiezione nella dimensione planetaria. La “mediazione nazionale” al capitalismo, oggi, è diventata una risposta più moderna, equa ed efficiente rispetto alla vecchia mediazione di tipo classista prospettata dalla socialdemocrazia. Nella realtà dell’economia globale, l’interesse nazionale costituisce l’unica effettiva garanzia di democraticità e di legame col territorio dei processi del capitalismo. Senza la difesa dell’interesse nazionale, la gente, i lavoratori, i consumatori perdono qualsiasi possibile strumento di “controllo” sui flussi dell’economia globale, di verifica politica e democratica del capitalismo.

 

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Cerchiamo di ragionare in termini di “operazioni” culturali. In primo luogo, si deve cominciare a comprendere che esistono una serie di civiltà e realtà diverse che si sono articolate nella storia, e che non possono essere incasellate in senso gerarchico secondo una dinamica progressista. Questo è un dato fondamentale da cui partire per cominciare a conoscere e studiare in una chiave diversa il mondo tradizionale, realtà storiche che sono il nostro retroterra e che la gente, rinchiusa dietro una griglia razionalista, non riesce ad interpretare correttamente. La cultura dominante non riesce a capire la vera dimensione della memoria storica e dell’identità nazionale, perché non ha percezione esatta del retroterra culturale e dell’orizzonte comunitario che proviene dalle tradizioni. Un’altra operazione culturale importante sarebbe quella di “aiutare” anche la cultura cattolica a dispiegare comunicativamente la sua parte più vera e più interessante, che è quella legata alla dimensione trascendente. La cultura cattolica, condizionata dal potere ideologico della sinistra, è stata spinta ad enfatizzare, a livello di comunicazione di massa, la sua connotazione “sociale”. Nella percezione comune resta incompresa la dimensione trascendente e verticale della cultura cattolica, coperta da un velo materialista che non fa comprendere in profondità, ad esempio, il significato della presenza operante del Santo Pontefice, il significato del Sacro, la dimensione spirituale e non semplicemente “morale” dei valori.

 
Pluralismo, attivazione di filoni culturali “occultati” dalla cultura ufficiale: e poi?

E poi cercare di delineare i contorni della nostra proposta culturale rivoluzionario-conservatrice, che accetta le sfide della modernità, cogliendo però quella dimensione valoriale, metastorica che esiste a prescindere da ogni concezione progressista della modernità. Possiamo anche allargare il discorso e affermare che il nostro obiettivo culturale-esistenziale è una critica alla modernità che sia in grado di guardare oltre la modernità. Più volte negli ultimi vent’anni si è affacciato il tema della crisi del Moderno e dell’avvento della postmodernità, come via per superare gli schemi rigidi, razionalisti, deterministici del presente, portando a sintesi elementi della tradizione e della modernità, come vorrebbe l’“artista armato” immaginato da Stefano Zecchi. È da tempo che se ne parla, ma la cultura postmoderna non prende forma poiché la spinta iniziale della modernità - anche se il progetto razionalista moderno non genera più quelle aspettative positiviste che c’erano ancora fino agli anni ’60 o ’70 - continua a permanere per forza d’inerzia. Ma la postmodernità, letta da destra in una logica rivoluzionario-conservatrice, potrebbe cominciare a prendere corpo e dispiegarsi incarnando una propria dimensione valoriale operativa.

 

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Il valore come tensione esistenziale…

Esattamente. Parlare di famiglia significa sfidare l’egoismo individualista, l’incapacità di assumersi la responsabilità di mettere al mondo dei figli. Parlare di bioetica, di rispetto della vita, di lotta contro l’aborto e contro la droga, significa rafforzare la propria “saldezza” esistenziale, creare una forte tensione spirituale, come quella dell’orgoglio di una madre che difende a tutti i costi l’esistenza del proprio figlio. Senza demonizzare nessuno né avere un atteggiamento moralistico, che è sempre stato estraneo alla società italiana, bisogna permeare di valori il tessuto comunitario del nostro popolo. Dobbiamo provare a socializzare stili aristocratici in vasti strati sociali, come diceva un tempo Peppe Nanni, avendo cioè la capacità di concepire la dimensione sociale non solo in termini di diritti, ma anche di doveri e di valori comuni, rendendoli permanenti, vissuti e condivisi. In questo modo si ha la possibilità di attivare tutti e tre gli ambiti su cui si costruisce la dimensione politica o metapolitica.

 

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Il tema del “territorio” si è affacciato più volte nella nostra riflessione. E territorio vuol dire ambiente.

Iniziamo col dire che l’effetto serra, i rischi denunciati nel protocollo di Kyoto, la deforestazione sono problemi reali. Perché, se prima si potevano denunciare le esagerazioni del “catastrofismo” ambientalista, oggi basta guardare le clamorose modificazioni del clima che avvengono anche in Italia, i rischi di desertificazione delle nostre regioni meridionali, la carenza d’acqua, la carenza di piogge, la sparizione di tanti ghiacciai non solo nell’Appennino ma anche nelle Alpi. Ricordiamoci che la cultura comunitaria non parla solo del rapporto tra uomo e uomo, ma parla anche del rapporto dell’uomo con la comunità e l’ambiente. Combatte lo spaesamento dell’uomo, considera il radicamento non solo come legame nella tradizione e nei rapporti umani ma anche in un territorio, in un paesaggio. Senza arrivare agli estremi del romanticismo tedesco, alle esasperazioni del nazionalismo sciovinista, dobbiamo parlare di empatia profonda col proprio ambiente e con la propria terra. Oggi più che mai ha senso parlare di patriottismo come amore per la propria terra, per le proprie coste, per i propri mari, come determinazione a difenderli dall’inquinamento, dalla speculazione, dall’usura, dallo sfruttamento insensato. Questa logica non nega l’intervento dell’uomo sull’ambiente, purché avvenga in quella dimensione artistica e creativa che non distrugge il territorio e il paesaggio, ma lo asseconda e lo interpreta. Il nostro ambientalismo non è nemico della presenza dell’uomo sul territorio, ma anzi considera questa presenza operante come garanzia di difesa dell’ambiente. Come avviene con l’agricoltura, il cui ruolo multifunzionale di tutela del territorio, delle identità locali, viene oggi riconosciuto a livello europeo. La Pianura padana è bella con i propri campi coltivati, non come terra incolta. Il terrazzamento delle viti che orna le montagne della Liguria crea un impatto d’immagine irripetibile. Così nasce un circolo virtuoso: l’agricoltura difende l’ambiente, l’ambiente offre possibilità di produrre alimentazione di qualità, le tradizioni eno-gastronomiche attraggono turismo, e creano un ritorno economico che permette alle popolazioni di non abbandonare le campagne. Questo circolo virtuoso è uno dei fondamenti dello sviluppo locale, ed è anche uno degli elementi di critica e di correzione del vecchio capitalismo, produttore delle speculazioni e degli eco-mostri che ancora deturpano la nostra Italia.

 

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