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Cap. 2: La storia

 

Proviamo a fare una storia della destra sociale, prima e dopo il famoso Congresso di Fiuggi di Alleanza nazionale del 1995 […] A suo giudizio, quali sono i passaggi davvero importanti sanciti a Fiuggi?

Il primo passaggio è il superamento, accentuato e visibile, di ogni atteggiamento “giustificazionista” e nostalgico nei confronti dell’esperienza fascista. A Fiuggi è stata sancita la scelta definitiva e consapevole verso i valori democratici, non solo con la condanna di ogni forma di autoritarismo e totalitarismo – per non parlare della ripulsa assoluta di ogni forma di razzismo e di antisemitismo, ripulsa già presente nel vecchio Msi – ma anche superando anche ogni equivoco di tipo organicista. Dico questo perché quasi nessuno nel Msi pensava di riproporre il regime autoritario fascista, ma permaneva una sorta di diffidenza nei confronti della “democrazia dei partiti”, immaginando come correttivo praticabile forme di “partecipazione” di tipo organico e corporativo, uno “Stato etico” più presidenzialista che autoritario, ma comunque segnato da atteggiamenti pedagogici e paternalisti. A Fiuggi invece si sancisce definitivamente l’idea che la “democrazia dei partiti” sia indispensabile come unica garanzia del pluralismo politico e del rispetto dei diritti della persona. Un’altra conseguenza del superamento dell’organicismo è il pieno riconoscimento dell’economia di mercato come formula economica più giusta ed efficiente rispetto al dirigismo e allo statalismo. Certo, già da allora si comincia a parlare di economia sociale di mercato, guardando al “modello renano” di capitalismo come alternativa al liberal-liberismo di stampo thatcheriano e al turbocapitalismo delle multinazionali.

 

[…]

 

Il vero dato centrale di questa fase è che la parte migliore e più importante delle persone che vengono aggregate da Alleanza nazionale non erano nient’altro che i tanti “ex giovani” passati per le esperienze della Giovane Italia, del Fuan, del Fronte della gioventù. Persone valide e interessanti che erano stati costrette ad allontanarsi dall’angusto spazio del Msi, per potersi affermare nella società civile. Quanti vecchi militanti ho visto tornare nel ’93-’94! Alleanza nazionale, aprendo finalmente la destra all’esterno, diventando un interlocutore credibile per un gran numero di ceti sociali, può tornare nuovamente la “casa comune” di tutti questi ex missini.

 

Si scopre che la destra rappresentava qualcosa di molto più vasto di una percentuale residuale di voti.

Sì, è questa in realtà la vera forza di Alleanza nazionale: il poter recuperare un’area politica molto più vasta di cui il Msi era solo la punta dell’iceberg. Il Msi rappresentava una piccola parte di quella “destra sommersa” che si dipanava nel Paese e che era portatrice di un’identità politica molto più complessa e ricca del moderatismo liberale o democristiano. Era una destra sommersa dentro la società civile.

 

[…]

 

Quali sono i risultati che la destra sociale”incassa” a Fiuggi?

Ci siamo mossi su un doppio canale, da una parte il documento di “Cantiere Italia” e, dall’altro, i nostri contributi al documento programmatico del Congresso, alle famose “Tesi di Fiuggi”. Il nostro sforzo propositivo si concretizza anche nell’approvazione di due emendamenti in Congresso, di cui il più importante - illustrato da Stefano Cetica, in quanto esponente sindacale della Cisnal - è quello sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese, che viene fortemente osteggiato da alcuni esponenti del fronte più liberale del partito ma che, alla fine, viene approvato ed entra nel documento conclusivo del Congresso.

 

[…]

 

A Fiuggi tutta Alleanza nazionale si definisce come “destra sociale e popolare”. Ma pochi mesi dopo si inizia a parlare di “destra modernizzatrice”, rifiutando la formula precedente. Che cosa succede?

Fiuggi si pone storicamente nel contesto della lunga e difficile vicenda che dal governo “tecnico” di Dini arriva fino alla sconfitta del Polo nel 1996. Appuntamento elettorale in cui si verificano congiuntamente due episodi: la sconfitta elettorale del centrodestra - e la stampa attribuì la responsabilità della sconfitta alla eccessiva voglia di protagonismo di Fini e di Alleanza nazionale - e, inoltre, il fatto che Alleanza nazionale non aumenta le proprie percentuali, o almeno non le aumenta quanto ci si aspettava. Questo doppio evento apre una nuova stagione di profonda crisi politica e ideologica all’interno di Alleanza nazionale, e di rivisitazione della sua strategia complessiva.

 

[…]

 

A mio avviso nel ’96 perdemmo le elezioni perché sul terreno delle politiche sociali eravamo troppo carenti. In queste elezioni i messaggi di carattere liberistico nel Polo erano dominanti, e sostanzialmente la sconfitta si consumò su questo piano, oltre che sulla mancata alleanza con la Lega.

 

[…]

 

In questo contesto la destra sociale crea un rapporto anche con Rocco Buttiglione.

Buttiglione interviene ad un forum che organizzammo nella “sala rossa” del gruppo parlamentare del partito. In questo incontro, a cui parteciparono anche Fiori e Fontana (Ccd), stabilimmo un rapporto tra noi e il mondo politico cristiano-democratico. Una vera e propria apertura verso il centro dello schieramento politico che evita alla destra sociale di rimanere emarginata. Contemporaneamente cominciamo a dialogare con tutto il mondo dell’associazionismo sociale di matrice cattolica, dalla Compagnia delle Opere alla Confcooperative, dalle Acli alla Caritas, e con le realtà istituzionali deputate a rappresentare la realtà dei gruppi intermedi, come il Cnel di De Rita, il Forum del Terzo settore o le Camere di Commercio organizzate nell’Unioncamere.

 

[…] si rafforza l’idea che la capacità di dialogo politico della destra sociale non deve essere confinata all’ambiente post-missino, ma deve coprire tutto lo spettro dell’anima sociale e popolare del centrodestra.

 

Immaginate una strategia di carattere non solo politico, quindi, ma anche culturale e sociale.

Non dimentichiamo che, accanto al mensile, nasce anche l’“Associazione culturale di Area”, con lo scopo esplicito di rafforzare il legame profondo tra politica e cultura. Una delle caratteristiche della destra sociale in questa fase di “traversata nel deserto”, infatti, è quella di rappresentare l’unica componente del partito che mantiene solidi rapporti col mondo culturale della destra. Non solo con Giano Accame, ma con Marcello Veneziani, con Franco Cardini, Gianfranco De Turris o Adolfo Morganti e anche con Alain de Benoist. In questo modo Area, la sua Associazione culturale, gli eventi culturali realizzati nel corso degli anni, diventano un mezzo efficace per resistere ad un'altra deriva: la trasformazione della politica in ordinaria amministrazione, priva di respiro strategico e progettuale. In questa fase Area è la rivista che a destra riesce ad essere più vivace, più coraggiosa, quella che pone più interrogativi, anche se a volte “scivola” su ingenuità politiche e comunicative. In sintesi, dal 1996 Area ha svolto la funzione fondamentale di essere il “luogo della cultura” in cui poter ritrovare le radici, i legami ed i punti di riferimento di un dialogo fuori dagli schemi e dalle ipocrisie unanimiste.

 

[…]

 

Visti col senno del poi, quale bilancio farebbe degli anni 1996-1999?

In tutta questa fase, ma anche fino alle elezioni del 2001, la destra sociale ha giocato un ruolo di riequilibrio rispetto alle varie derive liberal-liberiste. È come se l’enfatizzazione del termine “sociale” fosse stato necessario per impedire che tutta la destra subisse uno slittamento profondo verso il baratro dello sradicamento dall’identità popolare.

[…] La destra sociale di Alleanza nazionale, oggi, si trova ad essere uno dei pilastri fondamentali dell’anima popolare della coalizione, che taglia trasversalmente tutto il centrodestra; ha ramificazioni tra i post-democristiani e i post-socialisti di Forza Italia, nel versante cristiano-democratico e, per certi versi, in quello dell’anima popolare e “popolana” della Lega.

 

[…] sia nell’ultima campagna elettorale sia nell’esperienza di governo, sono emersi nuovi problemi.

 

Ad esempio?

Il fatto che si tende a declinare l’economia sociale di mercato in chiave paternalista. Non si nega più, cioè, la necessità di un’attenzione verso il “sociale”, o la necessità di connotare in termini sociali l’azione del governo, ad esempio con l’aumento delle pensioni minime o con gli sgravi per le famiglie inseriti nella Finanziaria 2002. Ma nello stesso tempo non c’è una adeguata strategia per il dialogo con il mondo sociale e sindacale come dimostra l’inciampo sulla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La socialità viene considerata come una sorta di concessione dall’alto, come dimostrazione di filantropia e non come partecipazione attiva delle forze sociali. Al di là delle intenzioni c’è sempre il rischio di scivolate thatcheriane che possono provocare fratture nel dialogo sociale ed aprire spazi alla polemica strumentale del sindacalismo di sinistra.

 

In tutto il quadro storico che ha tratteggiato, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione della destra sociale da Fiuggi in poi, abbiamo parlato di socialità, di dialogo con il mondo dell’associazionismo e del volontariato, con i sindacati. Ma non abbiamo chiarito l’altro corno del dilemma, ovvero il rapporto con il mondo imprenditoriale.

Innanzitutto c’è un passaggio programmatico fondamentale nella storia della destra sociale: la legge sulla partecipazione. Nella scorsa legislatura fu presentata da Alleanza nazionale la proposta di legge per la partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Si tratta di un testo che sancisce il superamento dei vecchi riferimenti alla cogestione secondo il modello della Mitbestimmung tedesca, perché ipotizza un modello in cui la partecipazione non è imposta rigidamente, ma diventa una scelta facoltativa da parte dei lavoratori e degli imprenditori di ogni singola impresa, scelta da incentivare sul piano fiscale e su quello del superamento della rigidità delle relazioni industriali. Flessibilità e partecipazione: questo salto di livello ci permette di interloquire costruttivamente con il sistema delle imprese e di aprire il messaggio della destra sociale alla cultura di impresa e della competitività. Si creano, quindi, le premesse per un incontro con il mondo imprenditoriale, che si realizza, durante i governi di centrosinistra, nella comune lotta contro la legge sulle “35 ore”.

 

Quali sono i passaggi attraverso cui la cultura d’impresa viene “assorbita” nell’impostazione programmatica della destra sociale?

Il concetto d’impresa nella nostra impostazione culturale viene percepito nella sua dimensione comunitaria e popolare, una conclusione a cui siamo giunti partendo più dal versante dell’imprenditoria sociale legata al non profit, e della piccola e media impresa, che da quello della grande imprenditoria. C’è una ragione in questo, anche di carattere storico: in Italia il concetto d’impresa e di cultura d’impresa è stato visto più come appannaggio della grande imprenditoria del Nord che della piccola impresa, che poi è la vera realtà dell’economia italiana. Mi ricordo i temi lanciati nel ‘93-’94 da Felice Scalvini, responsabile della cooperazione sociale di Confcooperative, che sosteneva il concetto di impresa come “cultura dell’intraprendere”, come “intrapresa” nel senso di avventura economica a base comunitaria. Questo concetto lo abbiamo applicato alla realtà della piccola e media impresa, al movimento cooperativo, all’imprenditoria giovanile. Comprendiamo che i processi di partecipazione non potevano essere visti come tutela astratta dei diritti dei lavoratori ma come integrazione dei lavoratori nello sforzo competitivo dell’impresa, seguendo le suggestioni che ci provengono da Maurizio Castro, l’inventore del modello partecipativo della Electrolux Zanussi. Sentiamo l’impresa - anche di fronte ai rischi della finanziarizzazione dell’economia e della delocalizzazione degli impianti produttivi - non come una alternativa al nostro “umanesimo del lavoro” ma come un valore da difendere con ogni mezzo. Certo, non abbiamo mai pensato di cancellare il conflitto intrinseco ai differenti interessi presenti all’interno dell’impresa, il ruolo del sindacato e della contrattazione collettiva. ma la possibilità di giovare la carta partecipativa ci appare come una nuova risorsa per competere nell’economia globale senza sacrificare i diritti dei lavoratori: lavorare per competere, recitava uno slogan insegnatoci da un economista lib-lab come Renato Brunetta. Da questo complesso di ragionamenti, tra le altre cose, ci troviamo nelle condizioni di lanciare l’offensiva contro le “35 ore” insieme a Confindustria e a tutte le altre associazioni del mondo imprenditoriale.

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