Cap. 1: La definizione
“Destra sociale” è una definizione che, se viene “rivendicata” da una parte di Alleanza nazionale e dell’arcipelago culturale della destra italiana, è utilizzata ancora oggi da alcuni giornalisti e studiosi in chiave quasi denigratoria, intendendo per destra sociale la parte populista o demagogica della destra italiana, quella che non vuole fare i conti con i problemi posti dalla globalizzazione. Questo libro nasce dall’esigenza di fare il punto su ciò che la destra sociale esprime nel panorama politico italiano. Proviamo a definirla.
[…] La destra sociale è quella parte della destra che si ritrova coscientemente in una cultura politica e una visione del mondo di orientamento comunitario, e da questa cultura declina un progetto politico fondato sulla centralità dell’identità nazionale, sui principi di partecipazione e di sussidiarietà e, quindi, sul rinnovamento dell’economia sociale di mercato.
Iniziamo a scomporre i termini della definizione. Cosa intende per concezione “comunitaria” della società e della politica?
La cultura comunitaria “vista da destra” è la matrice che lega insieme il comunitarismo in senso classico, l’appartenenza nazionale come valore politico e progettuale, i principi della dottrina sociale della Chiesa e, infine, una visione “partecipazionista” della vita sociale e politica. Nel pensiero politico che parte da Tönnies e arriva fino ai comunitaristi americani ed europei, si inscrivono le elaborazioni della Nouvelle droite francese e della cosiddetta “Nuova destra” italiana, che fin dall’inizio degli anni Ottanta hanno posto i discrimini fondamentali rispetto alla destra qualunquista e conservatrice, alla destra liberal-liberista e, soprattutto, alla destra radicale di orientamento nostalgico o xenofobo. Ma, mentre la Nuova destra ha sempre proiettato il proprio comunitarismo dal livello locale direttamente nella dimensione europea, la destra sociale ritiene che il livello nazionale non solo non sia eliminabile, ma sia fondante per qualsiasi progetto politico di natura comunitaria. Ugualmente fondante è il riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, da cui discendono i principi essenziali di una nuova economia sociale di mercato libera dalle incrostazioni stataliste e dirigiste. Infine, il concetto di partecipazione, non solo politica ma anche sociale ed economica, dà sostanza comunitaria al valore della democrazia.
La critica classica che viene rivolta alle culture politiche di orientamento comunitario è quella di “rinchiudere” l’individuo in un insieme più o meno soffocante di appartenenze, norme, corpi, sovrastrutture, organizzazioni. Che spazio c’è in questa concezione comunitaria della politica per l’individuo e per la sua autonomia?
Abbiamo toccato un problema che, a mio giudizio, è il vero punto di differenza - e di contatto dialettico - tra la visione antropologica e politica di una destra di orientamento “sociale” e quella di una destra “liberale” o, meglio, individualista. Mi viene in mente Hannah Arendt quando scrive che «le forze di un singolo individuo possono bastare a costruirsi una carriera, ma non a soddisfare il bisogno elementare di vivere un’esistenza umana. Solo nell’ambito di un popolo l’individuo può vivere come un uomo fra gli uomini senza rischiare di morire per mancanza di forze». Non si tratta affatto di negare il valore e le libertà dell’individuo, ma di ricordarsi che la cultura classica ci ha insegnato che più importante dell’individuo è la “persona”.
Qual è la differenza tra questi due concetti?
La persona si forma e si realizza compiutamente nell’ambito delle relazioni non utilitarie che riesce a costruire nei diversi contesti in cui vive. Anche la sociologia e la teoria politica di impronta liberale non negano che l'azione utilitaria rappresenta solo una piccola parte di un agire umano che è fatto anche di altruismo, reciprocità, azione simbolica, reti di solidarietà. La cultura comunitaria ritiene però che l’individuo trovi il massimo della sua valorizzazione e realizzazione come “persona umana”, come “essere che vive con e per gli altri”. La comunità è un elemento costitutivo della persona. Ogni uomo non può essere scisso dalla cultura del proprio popolo, dalla propria comunità nazionale, come non può essere decontestualizzato dalla propria famiglia e dai molteplici gruppi intermedi a cui appartiene nell’ambito della società. In caso contrario avremmo un individuo “atomo”, privato cioè del proprio senso di appartenenza, che - come spiegano i sociologi comunitaristi - va inteso a cerchi concentrici, dal microcosmo familiare ad insiemi comunitari più vasti. […] Lo ha anche spiegato benissimo Marcello Veneziani nella sua disamina del “nocciolo duro” del comunitarismo: «È il senso del radicamento in un orizzonte sociale e culturale avvertito come orizzonte comune, plurale e significativo. Comunitario è chi assegna valore all’identità, alla provenienza, dunque all’origine; e alle vie che conducono alle radici, come le tradizioni. Comunitario è chi assegna valore al legame sociale, religioso, familiare, nazionale, che non vive come vincolo ma come risorsa […] Comunitario è chi ritiene che ogni Io abbia un luogo originario o eletto, che avverte come patria […] Il comunitario infine è colui che assegna importanza al comune sentire, ai riti, le usanze e i costumi di un popolo». Ecco, ci ritroviamo pienamente in questa posizione.
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Lei ha più volte fatto riferimento alla dottrina sociale della Chiesa.
Si, questa “dottrina” che rischiava di essere messa in soffitta dopo la caduta del comunismo e l’avvento dell’egemonia della cultura liberista, sta dimostrando in questi ultimi anni tutta la sua vitalità metastorica e spirituale. Lungi dall’essere l’ideologia dei “catto-comunisti” o dei “cristiano-sociali” subalterni alla sinistra, la dottrina sociale ha saputo confrontarsi con il nuovo pensiero liberale confutandone gli eccessi individualistici ed indicando una strada alternativa al superamento dello statalismo e del collettivismo. Anche grazie all’attivismo delle scuole di comunità di Comunione e Liberazione si sono diffuse parole d’ordine come “più società, meno stato” al posto della formula liberista “più mercato, meno stato”, si è insomma affermata l’idea che l’autonomia della società civile potesse contemperare la libertà del mercato con la valorizzazione delle solidarietà spontanee che innervano il corpo sociale. Da questo la centralità assoluta di principi come la sussidiarietà e la partecipazione, il rispetto della persona umana, la responsabilità dell’individuo nei confronti della società, la reciprocità della solidarietà sociale. La famiglia non solo come valore morale, ma come primo e fondamentale livello dell’integrazione comunitaria e dell’azione sociale. Senza la dottrina sociale della Chiesa è impensabile la moderna concezione della socialità di cui è figlia anche la destra sociale.
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Il secondo tema che Lei ha toccato nella sua definizione, dopo quello della cultura comunitaria, è la centralità dell’identità nazionale.
La cultura di destra ritiene che le comunità nazionali, definite in termini di unità di lingua, di cultura, di storia, nell’epoca della globalizzazione svolgano un ruolo ancora più decisivo che in passato. L’“era della globalizzazione” per noi non è l’epoca del cittadino del mondo che smarrisce il proprio radicamento nella realtà popolare e nazionale, o se ne emancipa, come vorrebbe la borghesia senza radici descritta da Christopher Lasch nel suo fondamentale La ribellione delle élite. Questa “superclasse” tecnocratica e cosmopolita avverte i legami comunitari e nazionali come briglie e legacci di cui disfarsi per essere più “liberi”. Solo questi privilegiati possono usufruire facilmente del superamento, offerto dalla globalizzazione, delle barriere geografiche, culturali e linguistiche, mentre gli umili, i lavoratori, il ceto medio, continuano ad aver bisogno di una patria per potersi esprimere. Non tener conto di questo, come spesso fa il “cosmopolitismo giuridico”, crea l’illusione di un individuo astratto dotato di libertà assoluta. Ma questo si riduce ad essere un modello di alienazione ad uso e consumo delle classi dominanti. Per questa ragione, la politica oggi deve esprimere in primo luogo la capacità di difendere, nel libero gioco delle relazioni internazionali, lo specifico interesse nazionale di ogni singolo popolo. Ma ne parleremo meglio in seguito.
[…] non si corre il rischio di ascoltare nuove critiche al "nazionalismo" della destra?
Al contrario: non solo è possibile concepire il doppio livello di appartenenza nazionale ed europea, ma per dare un progetto storico all’Italia è necessario integrarla nel contesto europeo. Non si può parlare oggi di destino della nazione italiana senza che lo si incroci con le altre identità nazionali europee, con il portato delle loro tradizioni e dei loro interessi. Certo, per essere buoni europei bisogna prima essere buoni italiani, e non pensare che l’Europa sia, come immagina qualche anima bella progressista, una sorta di stazione intermedia verso un utopico governo mondiale dell’Umanità.
Gli ultimi concetti su cui Lei ha basato la sua definizione di destra sociale sono la partecipazione e l’economia sociale di mercato: come si legano tra loro?
L’economia sociale di mercato ormai è un modello rivendicato da quasi tutte le forze politiche europee, eccetto neocomunisti e ultra-liberisti. Rivendicarlo da destra è importante proprio perché segna un netto discrimine con le possibili varianti liberal-liberista o statalista della destra. Ma non si può dimenticare che sull’economia sociale di mercato, per come è stata attuata nel corso della storia europea, hanno pesato il dirigismo delle socialdemocrazie e il paternalismo delle forze conservatrici. Le destre conservatrici europee hanno spesso avuto una forte caratterizzazione di tipo “sociale”, ma questo atteggiamento di attenzione nei confronti dei ceti meno abbienti tende a realizzarsi in chiave paternalista. La socialità viene cioè imposta dall’alto, secondo una concezione “illuminata” che in qualche modo impone, per l’appunto “dall’alto”, assistenza, tutele sociali e difesa dei diritti dei più deboli. Per carità, dobbiamo tenere conto anche del contesto storico in cui certe cose sono avvenute; ad esempio, a Bismarck gli storici riconoscono il ruolo di antesignano dell'economia sociale di mercato. I meriti storici, però, non impediscono di osservare i limiti del paternalismo, soprattutto se riproposto oggi.
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Ma deve esistere un principio regolatore del conflitto. Un momento, un’istituzione in cui i conflitti riescono a trovare una composizione. Altrimenti, aggiungo io, la politica evaporerebbe.
Questo è l’altro dato ineliminabile della politica, accanto a quello comunitario e partecipativo: il principio della sovranità non come autorità dettata dall’alto ma come effetto di una legittimazione democratica. Ogni popolo, ogni realtà statuale ha bisogno di un principio di sovranità attorno a cui regolare il conflitto per non dargli una valenza distruttiva. A questo proposito, mi ha molto colpito la definizione di politica che viene data da un intellettuale esponente di una sinistra non conformista, Pietro Barcellona: «La politica è lo spazio pubblico dove si rende possibile la rappresentazione e la trasformazione degli affetti e delle passioni […] La politica trasforma il conflitto distruttivo in agonismo e competizione vitale». Questa concezione della “sovranità necessaria” - e, in ultima analisi, anche dello “Stato necessario”, per riprendere il titolo di un libro di Gennaro Malgieri - è sicuramente una sfida rispetto a una serie di tendenze politiche che ipotizzano la “fine della politica”.
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Se guardiamo l’evolversi della storia recente vediamo che le dimensioni di radicamento comunitario più vengono scacciate e negate dalla politica, più esplodono altrove, spesso con effetti negativi. Negativissimi. Un’autorità politica o una teoria sociale che pretendono di trattare gli uomini come se fossero tutti uguali, che si rifiutano di accettare le differenze come dato fondante della convivenza umana, possono causare dei danni sociali incalcolabili. Per fare qualche esempio, molti dei fenomeni di irredentismo o separatismo prendono linfa proprio dal fatto che l’autorità centrale nega ad una regione o ad un’etnia le proprie peculiarità, come il diritto a mantenere e preservare le proprie tradizioni. Le peggiori mattanze a cui assistiamo nelle varie aree del mondo hanno spesso come causa scatenante l’odio etnico o religioso, la paura dell’omologazione culturale, e l’incapacità del potere politico di dare spazio alle diverse identità. Quindi il nostro messaggio politico, rivolto soprattutto a chi enfatizza le logiche “omologatrici”, è di smetterla di pretendere di cancellare o di far finta che non esistano le identità comunitarie, il bisogno di partecipare. E la partecipazione, teniamolo bene in mente, non è solo un dato di natura politica, non è solo partecipazione istituzionale e democratica. È anche partecipazione emotiva, legame affettivo, è passione. Il negare la politica, sostenendo che se ne può fare a meno, non cancella certo automaticamente le passioni, questo bisogno reale, profondo, metafisico dell’uomo, ma lo fa semplicemente esplodere altrove, al di fuori dello “spazio pubblico”, magari in termini distruttivi.
Quella che Lei prospetta è una sfida complessa: conciliare democrazia, senso dello Stato, valori comunitari e partecipativi.
Senza dubbio. È una sfida che implica ampi confronti con tutti coloro che intendono interrogarsi sul futuro della destra, del centrodestra, e più in generale della nostra società. La destra sociale, infatti, come qualsiasi famiglia politico-culturale, non può mai pensare di vivere da sola, in autarchia ideologica rispetto ad altre realtà, per cui si aspetta che il proprio apporto venga integrato da altre suggestioni. Contempla il dialogo, reclama il confronto. Per questa ragione non c’è scontro con la destra liberale, non c’è conflitto ma c’è dialogo, a patto che sia fondato sul reciproco rispetto. Il che non accade sempre: dalla parte del cosiddetto “pensiero unico” liberista spunta spesso una certa spocchia…
[…] l’assistenzialismo: questa vostra insistenza sulla tutela dei diritti sociali non nasconderà vecchi vizi del passato?
Sicuramente l’Italia sconta un retaggio democristiano in cui l’alternativa alla socialità di sinistra veniva in parte identificata in un assistenzialismo clientelare. È evidente che non è una strada percorribile, sia per ragioni di politica economica sia, soprattutto, per questioni etiche. L’assistenzialismo, come il clientelismo, contrastano con la nostra visione di una politica a forte impianto etico e partecipativo, che mira alla crescita delle comunità e al rispetto e alla valorizzazione della responsabilità dei cittadini. Cadere nella trappola dell’assistenzialismo e nella sua “socialità perversa” è un rischio che non può non essere visto in termini negativi, pur essendo una “tentazione” che è sempre presente. Una degenerazione, beninteso, in cui può cadere non soltanto la destra più o meno sociale, ma anche la sinistra o qualsiasi altro schieramento politico. La destra sociale, d’altra parte, ha ben presente che, in una fase in cui il primo imperativo è quello di reggere alla competizione globale e di favorire il processo di integrazione europea, nessuno può più permettersi - fortunatamente - derive che finiscono per aumentare la spesa pubblica e il parassitismo sociale.
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Di fronte a questa mescolanza di individualismo di massa e di dirigismo che caratterizza la nuova sinistra, il centrodestra si può qualificare come uno schieramento liberaldemocratico e popolare. Sottolineo liberaldemocratico e non liberal-liberista o semplicemente “liberale”, perché si pone il problema di legare il liberalismo con la democrazia e, su questa strada, di recuperare valori comunitari e popolari. Quindi le libertà della persona si sposano con l’autonomia della società civile, contro ogni forma di statalismo e di dirigismo. Il vero salto di livello, la grande sfida che la destra sociale pone allo schieramento liberaldemocratico, è comprendere che il superamento dello statalismo e del dirigismo si può realizzare soltanto facendo riferimento ad una cultura sociale di stampo comunitario. D’altra parte persino modelli del passato che noi rifiutiamo, come quelli reaganiani e thatcheriani, bilanciavano il loro iper-liberismo con un forte nazionalismo, attraverso cui recuperavano quella soglia di coesione necessaria ad evitare il darwinismo sociale. In questa sfida la destra sociale non è isolata, ma trova l’alleanza dei cristiano-democratici presenti dentro lo schieramento di centrodestra e, in generale, di tutte le componenti, presenti anche in Forza Italia e nella Lega Nord, consapevoli delle necessità di una politica solidarista. Le basi di dialogo, a mio modo di vedere, sono evidenti. Il nome del partito del centro europeo non porta in sé l’idea liberal-liberista, ma quella popolare: Partito Popolare Europeo. Questo è lo scenario su cui la destra sociale può e deve lavorare. |